KIT DI SOPRAVVIVENZA CULTURALE

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Si spengono gli schermi, ma non la nostra capacità di sognare con il cinema...

 

Le nostre attività sono da tempo chiuse al pubblico nel tentativo di limitare il più possibile la diffusione del contagio da Coronavirus. In questo momento in cui ci sentiamo tutti sospesi, abbiamo pensato di tenervi compagnia, a modo nostro, attraverso una rubrica su cosa fare, vedere, approfondire... a casa! Cercheremo di non farvi sentire la mancanza del grande schermo con la nostra presenza discreta, offrendo stimoli e consigli di visione per rendere più piacevole il tempo trascorso lontano dalle nostre sale. Gli approfondimenti sono a cura della professoressa Cristina Bragaglia, docente dell'Università di Bologna e direttrice della rassegna Sequenze di gola.

 

 

6 aprile 2020

CARBONARA DAY PER CUCINARE E SOGNARE

 

 

Gli spaghetti alla carbonara sono uno dei piatti italiani più conosciuti nel mondo, tanto che il 6 aprile di ogni anno si celebra il Carbonara Day.

Le origini del piatto sono oggetto di dibattito tra gli studiosi delle cose gastronomiche: l’hanno inventato i carbonari del Lazio e delle Marche? Oppure nasce dall’aggiunta delle uova alla pasta alla Gricia (condita con guanciale, pecorino e pepe), magari su suggerimento di qualche soldato alleato che aveva nostalgia delle colazioni a base di “Egg and Bacon”? Oppure l’ha davvero inventato il celebre cuoco Renato Gualandi in occasione di un pranzo per i soldati alleati che avevano liberato la Romagna, usando gli ingredienti disponibili, ovvero polvere di rosso d’uovo, bacon, crema di latte e formaggio?

Sta di fatto che del piatto non si trova traccia nei ricettari romani prima del dopoguerra. A partire dagli anni Cinquanta approda invece al cinema. Nel 1951 in Cameriera bella presenza offresi di Giorgio Pastina, Elsa Merlini (Maria) in un assolato agosto romano va a servizio in varie case. Aldo Fabrizi, prima di assumerla, sulla porta di casa, le chiede se sa fare gli spaghetti alla carbonara. Nonostante la risposta negativa, Maria otterrà il lavoro, dimostrazione per alcuni che il piatto non era ancora così noto.

In quel decennio, e anche dopo, però il rapporto più cospicuo del piatto con il mondo del cinema non ha luogo sullo schermo ma nelle cene che costellano la presenza dei divi sui set di Cinecittà. La fama della carbonara era già consolidata negli USA, tanto da comparire nella “Guide for gourmets” di Patricia Bronté “Vittles and Vice”, pubblicato nel 1952 che fa una vivace descrizione dei piaceri gastronomici che possono offrire i ristoranti del Near North Side, quartiere particolarmente vivace di Chicago in cui il passato culinario si accompagna al nuovo, mescolando vecchio e nuovo. Da Armando’s i due proprietari di origine italiana annoverano nel menu una carbonara, di cui offrono la ricetta, piuttosto precisa anche se al posto degli spaghetti si usano dei “tagliarini”. In Italia la prima ricetta “attestata” è del 1954, sulle pagine della Cucina italiana.

I divi hollywoodiani che affollano Cinecittà amano la pasta unita al gusto casalingo di uova e pancetta. Pare che Oliver Hardy, arrivato a Roma nel 1950 ne mangiasse addirittura cinque porzioni, una dietro l’altra. Gregory Peck nell’estate del 1952, durante le riprese di Vacanze romane, affittò una villa nella campagna romana. Adelaide, la cuoca, rivelò al “Corriere della Sera” di avergli spesso servito degli spaghetti alla carbonara, della pizza e dei pomodori ripieni di riso”.  Dalla fine degli anni Cinquanta, i divi che recitano in Italia non resistono al fascino della carbonara, come documentano i giornali dell’epoca e le richieste dei turisti americani che arrivano nella città eterna e che vogliono mangiare come le star.

Dal canto loro gli attori italiani se ne fanno ambasciatori all’estero, come le carbonare che Marisa Merlini (popolare per Pane, amore e fantasia) prepara durante un festival in Uruguay con il vezzo di sostituire alla pancetta prosciutto di San Daniele. Abitudine consolidata come testimonia Domenico Modugno, suo ospite a Roma.

Anche oggi la carbonara esercita il suo fascino sul mondo del cinema. Nell’ottobre 2019 Martin Scorsese presenta alla Festa del Cinema di Roma il suo film The Irishman. Dopo la proiezione ha festeggiato con la famiglia e i dirigenti di Netflix, produttori del film, all’Antica pesa, raffinato ristorante di cui è un habitué (assieme ad Elton John), con un menu tipicamente romano, fra cui spiccava il primo: chitarra alla carbonara.

Nel 2000 Luigi Magni aveva diretto il suo ultimo film. Il titolo, La carbonara, gioca sull’ambiguità: da un lato allude alla protagonista, fervente patriota italiana del 1825, dall’altro alla trattoria dallo stesso nome dove lei, con un giustificato falso storico, cucina con successo gli spaghetti.

Nell’aprile del 2016 scoppia una forte polemica fra Francia e Italia, su giornali e siti web, oltre che radio e televisioni, per una provocatoria ricetta sul web dove la carbonara veniva proposta con farfalle ultrabollite per 15’, pancetta sbollentata, panna e uovo crudo. Un film dello stesso anno Prima di lunedì di Massimo Cappelli sembra riproporre, sia pure con maggiore pacatezza, il dibattito in una scena dove Vincenzo Salemme, preparando una carbonara, polemizza con una Sandra Milo che parla con accento francese e che propone la panna da unire alle uova.

Ancora nel 2016, in Al posto tuo di Max Croci, Ambra Angiolini cucina pasta alla carbonara per un pranzo alla romana. Emblema della romanità? Troppo riduttivo. Ormai nel mondo rappresenta la cucina italiana. Tuttavia a Roma è impossibile resistere alla loro attrazione: anche Chiara Ferragni, come le attrici degli anni Sessanta, addenta con gusto gli spaghetti di una carbonara.

Per fare gli spaghetti alla carbonara seguite su Instagram il tutorial di Italy Foodnest. È perfetto e non avrete problemi per festeggiare il Carbonara Day, magari sognando di essere a Roma in compagnia dei divi degli anni Sessanta.

 

 



28 marzo 2020

VIAGGI IN ITALIA

 

 

Qualche giorno fa Gabriele Salvatores ha lanciato un appello per conservare la memoria di un evento senza precedenti, grazie alla raccolta di “testimonianze dirette, filmati girati da casa, dalla finestra, materiali inediti sulle emozioni che ci hanno investito in questi giorni terribili”. Il progetto si chiama Viaggio in Italia e nel titolo rimanda al film di Roberto Rossellini del 1954, che a sua volta ricordava il celebre libro di Goethe, diario del Grand Tour, considerato esperienza insostituibile nella formazione di molti intellettuali a partire dagli ultimi decenni del Settecento.

Il viaggio nel lockdown italiano visiterà un’Italia davvero insolita, molto diversa da quella che Gabriele Salvatores aveva attraversato nel 1990 con Turné. Diego Abatantuono e Francesco Bentivoglio erano gli interpreti di una storia dove la riflessione sul teatro si intrecciava a una tormentata storia d’amore e d’amicizia. Sullo sfondo del viaggio, che partiva da Milano, sfilavano paesaggi come la diga della Gola del Furlo, vicino a Urbino, e le saline di Margherita di Savoia, o cittadine come Gubbio (in Umbria), Trani, Polignano a Mare, Ostuni e Rutigliano in Puglia.

Nel 1950 con Il Cammino della speranza Pietro Germi aveva raccontato un viaggio che si muoveva in senso contrario, dal Sud al Nord. Un gruppo di siciliani è costretto dalla chiusura di una zolfatara ad abbandonare l’isola per emigrare in Francia, dove li aspetterebbe un lavoro. Alla stazione Termini vengono abbandonati senza un soldo dal truffatore che ha organizzato il viaggio. Nonostante le traversie e le tragedie, un gruppetto di superstiti attraversa le Alpi e supera il confine: le guardie di frontiera francesi lasciano passare i clandestini fingendo di non vederli. Le vicende si snodano nell’Italia del dopoguerra, dolente, misera, immersa in questioni sociali irrisolte e drammatiche.

Viaggio in Italia di Roberto Rossellini segna, quattro anni dopo, il passaggio a una nuova fase del cinema italiano, che abbandona i modi neorealistici per un cinema più moderno come stile e contenuti. Il film racconta il viaggio fino a Capri di una algida coppia inglese (Ingrid Bergman e George Sanders) la cui crisi divampa a contatto con la bellezza quasi insopportabile del paesaggio di Napoli e i suoi dintorni. Come ha dichiarato il regista il mondo che li circonda diventa quasi un terzo personaggio. Rossellini vede il paesaggio italiano, le abitudini e la naturale pietà dei suoi abitanti con gli occhi dei due stranieri, così che il paesaggio diventa una visione mentale. Significativa la scena in cui le solitarie figure di Katherine e suo marito (ormai decisi a separarsi) camminano attraverso le rovine deserte di Pompei, riflesso della loro solitudine spirituale.  

Il viaggio de Il Sorpasso (film quasi perfetto di Dino Risi, girato nel 1962) è breve: da Roma a Castiglioncello, sulle coste toscane del Mar Tirreno. Eppure più di ogni altro il percorso compiuto da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant diviene emblematico di quanto il boom economico ha cambiato e cambierà gli italiani, indirizzandoli verso l’incoscienza e la volgarità trionfante. La Roma deserta del periodo di Ferragosto, gli incontri durante il viaggio, l’approdo nelle località vacanziere della costa Toscana sono i tasselli di una testimonianza sociologica, che ad un tempo assume il valore di un monito e di una preveggenza.

Anche il viaggio di Basilicata Coast to Coast non attraversa la penisola, ma solo una regione. Rocco Papaleo, che del film è regista e protagonista, guida un gruppo di musicisti dilettanti che a piedi si dirige da una parte all’altra della Basilicata (da Maratea a Scanzano) per partecipare a una rassegna canora. Attraverso vicende non esenti da accenti autobiografici, Papaleo fa così conoscere agli spettatori italiani una regione fino ad allora quasi completamente ignorata dal cinema, con l’unica eccezione di Matera. La cifra comica della narrazione facilita la riscoperta di una realtà antropologica e culturale nella sua essenzialità, evitando gli abituali stereotipi.

Questa settimana i miei consigli di visione terminano con un documentario del 1999, Il mio viaggio in Italia di Martin Scorsese: una lunga, esemplare riflessione sul cinema italiano, ricco come pochi altri di grandi capolavori. Scorsese ne ripercorre la storia, mostrando come le sue opere siano rimasto influenzate dai film italiani e dal neorealismo in particolare. Le immagini di Rossellini, De Sica, Visconti, Antonioni e Fellini sono commentate dal regista, che inconsapevolmente trasforma il suo personale viaggio intellettuale in una ricostruzione del paesaggio e della realtà del nostro paese, dagli anni Dieci agli anni Sessanta.

 

 


 

21 marzo 2020

LA PRIMAVERA NEL CINEMA

 

Quando giungeva la primavera, anche la falsa primavera, non restava che da risolvere il problema del posto in cui sentirsi più felici

Ernest Hemingway, Festa mobile

 

Sin dall’antichità la fine del cupo inverno era celebrata con feste e riti: la natura esaltava il suo risveglio con la bellezza dei colori e dei profumi. Era finalmente primavera. Anche il cinema si ispira a queste consuetudini, a volte sfruttando il significato metaforico di questo risveglio. Tra i molti film ecco le nostre scelte:

 

  • Cominciamo con un musical girato nel 1948: Easter Parade (in italiano Ti amavo senza saperlo) di Charles Walters. La parata del titolo originale è quella che ogni anno si svolge a New York la domenica di Pasqua e coinvolge anche gli artisti di Broadway come i due ballerini protagonisti della storia d’amore e di fantastiche esibizioni: Fred Astaire e Judy Garland. Due parate aprono e chiudono il film, ambientato nel 1912.

 

  • In Giappone una delle grandi feste dell’anno è legata alla fioritura dei ciliegi (Sakura). Un regista come Yazujiro Ozu, lascia sullo sfondo gli alberi in fiore e nel 1956 celebra l’Inizio di primavera attraverso la storia tormentata di un tradimento coniugale, che alla fine rinsalda il rapporto di coppia. Quello che è considerato il miglior film del regista, Tarda primavera (1949), allude nel titolo all’età della protagonista, non ancora sposata e pronta a sacrificare i suoi sentimenti per il padre, che invece affronterà la solitudine perché la figlia sia felice.

 

  • In Italia nel 1950 Renato Castellani racconta una storia di cui sono protagonisti soldatini e servette, ispirata a un fatto di cronaca, un caso di bigamia. Secondo Fernaldo Di Giammatteo che recensisce il film alla sua uscita È primavera volge ogni cosa in scherzo e non si perita di sconfinare nell'assurdo per raggiungere un clima di comicità pura", quasi volesse rifiutare il neorealismo e le sue storie dolenti. Il titolo alludeva alla popolarissima canzone di Alberto Rabagliati il cui ritornello esortava: “E’ primavera, svegliatevi bambine”, già utilizzata da Castellani nel suo film precedente.

 

  • Eric Rohmer amava inanellare i suoi film in cicli. Racconto di Primavera dà inizio alla serie dei Racconti delle quattro stagioni. Con la sua abituale leggerezza di stile, costruisce una trama filiforme ed elegante, narrando di amori fastidiosi e del modo di trasformarli in amori riusciti. Tra le giovanissime protagoniste Florence Darel, conosciuta dal pubblico italiano per la serie tv Alice Nevers – Professione giudice.

 

  • Con Primavera estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003) il regista coreano Kim Ki-duk abbandona il suo stile abituale intriso di violenza per un’opera mistica e romantica ad un tempo, espressione di atmosfere tipicamente buddiste. Ambientato in un piccolo tempio in mezzo a un lago, tra le montagne, il film segue le travagliate vicende di un uomo dall’infanzia (la primavera) alla maturità, che è una nuova primavera: al suo fianco c’è un bambino, simbolo del ripetersi del tempo e delle stagioni.

 

  • Nel 2002 per la sezione Controcorrente della Mostra di Venezia si attribuisce il Premio San Marco a Primavera in una piccola città (2002) di Tian Zhuangzhuang. Il regista, noto per i suoi fascinosi documentari, da 10 anni non dirigeva film per motivi politici. Ritrova il coraggio di esprimersi, vedendo e rivedendo l’omonimo film di Fei Mu (uno dei padri del cinema cinese), girato nel 1948 dopo una guerra brutale e un terribile inverno, quasi a celebrare una reale primavera per la nazione cinese. La vita di una coppia è sconvolta dal ritorno dell’ex amante della moglie. Tian riprende il tema della lotta fra passione e dovere e, utilizzando gli stessi toni minimalisti, ne fa il remake, accentuando delicatezza e ritegno. Lo aiuta la maestria del taiwanese Mark Lee, noto per la fotografia di In the Mood for Love.

 

  • La primavera del titolo dell’ultimo è quella italiana. Spring (2014) di Justin Benson e Aaron Moorhead è un horror di produzione USA, girato a Polignano a mare. Dopo la morte della madre, Evan, depresso, decide di fare un viaggio e approda in un paesino della Puglia, dove sembra rifarsi una vita. La relazione con una misteriosa ragazza sposta la vicenda nel fantastico, ma alla fine l’amore supera ogni ostacolo. L’ibridazione di orrore e romanticismo fa sì che  Guillermo del Toro lo consideri uno dei migliori film horror contemporanei.

 

 


 

14 marzo 2020

CINEMA E NUMERI

 

Il 14 marzo è la Giornata Mondiale della Matematica con buona pace per chi a scuola l'ha amato o l'ha odiata. La matematica è ha un ruolo essenziale nella vita di tutti, è ovunque: nei modelli per prevedere l'andamento di una malattia, negli algoritmi che permettono di usare internet, nei videogiochi e anche nel cinema. In questa occasione le dedichiamo il primo approfondimento.

 

  • Sin dalle origini il cinema fa propri elementi della cultura popolare, tra cui la simbologia legata ai numeri (vecchia di parecchi secoli alla fine dell’Ottocento). A volte il ricorso ai numeri e ad argomenti matematici e geometrici è facilmente identificabile nei titoli (Seven Chances, 1925, di Buster Keaton, Sette spose per sette fratelli, 1954) e nelle trame (gli influssi negativi dei numeri 13 e 17, la presenza di matematici tra i personaggi).

 

  • Più sottile e intrigante appare il ricorso nel cinema a strutture di origine matematica che secondo Piergiorgio Odifreddi mettono in causa concetti tipicamente matematici quali permutazioni, combinazioni, simmetria, isomorfismo e omomorfismo nella genesi dell’opera. Succede nel romanzo La donna del tenente francese di John Fowles nella versione originale a finale multiplo, mentre nell’adattamento per lo schermo Harold Pinter sdoppia la storia tra passato e presente mantenendo i due diversi epiloghi.

 

  • In Sliding Doors (1998) di Peter Howitt tutta la vicenda cambia a seconda che Gwyneth Paltrow (qui nei panni di una impiegata appena licenziata) riesca o meno a prendere la metropolitana, scivolando tra le porte scorrevoli o trovandole implacabilmente chiuse.

 

  • Nel film tedesco Lola corre (1998) di Tom Tykwer la trama dispiega diverse possibilità collegate al tempo che Lola ha a disposizione per reperire la somma grazie alla quale può salvare il fidanzato.

 

  • Ci sono registi che su principi matematici fondano la propria poetica. Ne ricordiamo almeno due: Peter Greenaway e Darren Aronowsky. Il primo, dei numeri, parla in tutte le sue opere e nel 1988 struttura sui numeri Drowning by Numbers (che in Italia è stravolto in Giochi nell’acqua). Il titolo inglese fa riferimento agli album di disegni per bambini costruiti sulla base di numeri predisposti che aiutano i più piccoli a unire le linee fino a formare le figure complete. Tutte le vicende del film, che mescola argomenti come morte e sesso, giochi e complotti, acqua e numeri, problemi adolescenziali e immaturità degli adulti, sono strutturate sulla successione numerica da 1 a 100. Darren Aronofsky costruisce il suo primo lungometraggio (in bianco e nero) sulle formule matematiche che un giovane studioso ebreo, Max Cohen, studia ossessivamente per scoprire la chiave che regola la combinazione della Torah, considerato un linguaggio simile a quello divino. Per questo segue la via indicata dai fratelli Chudnovsky per il conteggio del pi greco, formula che dà anche il titolo al film: Pi greco il teorema del delirio (1996). E la matematica, pur non essendo più così in evidenza, si insinua anche nella struttura degli altri suoi film.

 

  • Una sezione a parte è costituita dal diffuso genere dei biopic di matematici: dal Blaise Pascal (1974) di Roberto Rossellini a Non ho tempo (1973) di Ansano Giannarelli sul matematico francese Evariste Galois con la sceneggiatura del poeta Edoardo Sanguineti, da Morte di un matematico napoletano (1992) di Mario Martone a A Beautiful Mind (2001) di Ron Howard, da Will Hunting genio ribelle (Will Hunting, 1997) di Gus Van Sant (quest’ultima biografia del tutto immaginaria, realizzata assommando una serie di cliché sui geni matematici) a The Imitation Game (2014) di Morten Tyldum con Benedict Cumberbatch, moderna rivisitazione degli ultimi anni di vita del geniale Alan Turing.

 

  • Infine è impossibile non ricordare la serie televisiva Numb3rs, che ha reso popolari concetti matematici e geometrici (come crittoanalisi, teoria della probabilità, teoria dei giochi) utilizzati per la soluzione di delitti e crimini, nell’assolata Los Angeles.

 

 

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